CRISI, LAVORO E SPECULAZIONE: LOTTE DIVERSE, UN SOLO NEMICO

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Prendiamo spunto dalle vertenze delle ultime settimane per avviare un ragionamento sul periodo che ci aspetta. L’estate ci ha “regalato” chiusure aziendali a sorpresa in diverse zone d’Italia. In provincia di Milano abbiamo assistito al caso della Hydronic Lift di Pero, ex Kone Ascensori ceduta nel ‘98 alla multinazionale già proprietaria di stabilimenti similari nel nord del paese.

Negli ultimi 15 anni la forza lavoro è costantemente diminuita, fino a raggiungere i 30 addetti attuali, di cui 19 operai. Fino a fine luglio i dipendenti della Hydronic Lift hanno lavorato ignari del futuro che li attendeva, spesso fermandosi a svolgere straordinari su richiesta della direzione. Ad agosto la fabbrica ha chiuso per ferie, ma a settembre non ha più riaperto e i lavoratori hanno ricevuto per lettera la comunicazione della cassa integrazione per cessata attività.

La parte amministrativa dell’azienda è stata dirottata sulla sede di Gallarate, mentre i 19 operai sono rimasti senza lavoro dal giorno alla notte. Hanno coraggiosamente deciso di fare irruzione nell’edificio per capire lo stato dell’officina e purtroppo hanno constatato che i macchinari erano già stati portati via. Dai contatti con i colleghi degli altri siti produttivi, hanno appreso che i pezzi lavorati a Pero, persino il colore, attualmente è in carico ad altri stabilimenti. Non si tratta quindi di un calo della domanda. Cosa c’è dietro?

Per capirlo bisogna andare a ritroso nel tempo e inquadrare la vicenda della Hydronic Lift nel contesto territoriale. L’area nord ovest della provincia di Milano, infatti, è stata teatro di uno dei più grandi smantellamenti dell’industria italiana: l’Alfa Romeo di Arese. Una fabbrica che negli anni ’80 contava oltre 14mila addetti e produceva 480 auto al giorno, ora sta definitivamente chiudendo i battenti aprendo la procedura di mobilità per gli ultimi 79 lavoratori, impiegati nel Centro Stile, Progettazione e Sperimentazione. E’ dal 2002 che Fiat ridimensiona e smantella i propri stabilimenti in favore di produzioni all’estero, dove la manodopera costa meno, ma la scelta ricaduta anni fa su Arese rivela anche altri interessi, comuni alle ragioni per cui la Hydronic Lift di Pero è stata chiusa.

Il caso vuole che il primo stabilimento dell’Alfa venne costruito a Milano in zona Portello, attualmente sede di FieraMilanoCity. La storia si ripete: tra il 2000 e il 2001 viene avviato il progetto Fieramilano, che interessa proprio i comuni di Rho e Pero e dista solo 6 km dalla sede dell’Alfa Romeo di Arese. La nuova sede della Fiera di Milano rappresenta un’opportunità di guadagno colossale per palazzinari e padroni, spesso esponenti di spicco della criminalità organizzata. Le aree industriali divengono miniere d’oro se trasformate in zone residenziali o commerciali ed ecco che i padroni iniziano a chiudere aziende economicamente in salute solo per speculare sul terreno e aumentare i propri profitti.

A differenza di quanto vogliono farci credere, il progetto fieristico e l’Expo 2015 non stanno generando posti di lavoro, ma sono un incentivo alla deindustrializzazione. Aziende produttive vengono soppiantate da alberghi, condomini, centri commerciali dove il lavoro stabile è solo un sogno e le infiltrazioni mafiose all’ordine del giorno.

Questo processo non riguarda solamente il nord ovest Milano, ma interessa tutti i comuni della provincia che all’unisono si apprestano a varare PGT (Piani di Governo del Territorio) in cui le volumetrie di cemento continuano ad aumentare. Per ricavare gli oneri di urbanizzazione la superficie residenziale e commerciale viene costantemente moltiplicata, mentre servirebbe esattamente l’opposto: bloccare la destinazione d’uso dei terreni mantenendoli a fini produttivi. Le speculazioni edilizie possono continuare a riprodursi solo grazie all’intervento di giunte e amministrazioni locali conniventi con palazzinari e padroni, poco importa se si tratta di immobiliari, cooperative edificatrici, industriali o proprietari della grande distribuzione. La politica che viene difesa è la stessa perché gli interessi di classe sono i medesimi.

A questo scempio va contrapposta una risposta che unifichi le lotte causate dalla crisi, per la difesa del lavoro e contro le speculazioni, perché altro non sono che sfaccettature diverse di un unico problema. I lavoratori della Hydronic Lift hanno raggiunto un accordo che garantisce incentivi, accompagnamenti alla pensione e possibili ricollocazioni, oltre alla cassa integrazione per due anni. Questo è stato possibile grazie alla battaglia condotta dagli operai, che hanno organizzato un presidio permanente di fronte alla fabbrica e si sono mobilitati con determinazione.

Riteniamo tuttavia che un accordo del genere non sia sufficiente. Gli stabilimenti interessati dalla speculazione o dalla crisi continueranno a crescere e non vogliamo un futuro da cassintegrati. Serve una risposta generale, che inverta completamente il processo. L’occupazione delle fabbriche a rischio chiusura e la nazionalizzazione delle aziende strategiche devono tornare ad essere oggetto di dibattito. Chi lotta può anche perdere, ma chi non lo fa ha già perso.